Epasa-Itaco compie dieci anni e sceglie l’AI come banco di prova: tra prossimità, dati e responsabilità
25/01/2026
Dieci anni non sono un traguardo celebrativo, se nel frattempo cambia il terreno sotto i piedi di chi lavora ogni giorno con cittadini e imprese, misurandosi con pratiche, diritti, fragilità e domande che raramente arrivano “ordinate”. Al convegno romano “Tessiamo il domani. Persone, competenze, connessioni, una rete di valori”, organizzato dal Patronato Epasa-Itaco, la ricorrenza è diventata il pretesto per mettere a fuoco una questione che attraversa ormai ogni settore: come affrontare l’intelligenza artificiale senza perdere quel tratto umano che, per un patronato, coincide con la sua funzione sociale.
Otello Gregorini, segretario generale CNA, ha rivendicato la postura dell’organizzazione: conoscere rischi e potenzialità dell’AI, ma soprattutto saper difendere un capitale che non si compra sul mercato, la relazione con le persone e con le imprese, insieme a un patrimonio informativo costruito negli anni e utile a orientare risposte concrete, non astratte.
Il Patronato come “infrastruttura di prossimità” nell’era degli algoritmi
Pier Giorgio Piccoli, presidente vicario, ha ricordato una crescita che dal 2020 in poi ha accelerato, con l’aumento delle pratiche e un salto sul versante della digitalizzazione, della formazione e dell’uso di strumenti innovativi, inclusi i social. È un passaggio che fotografa bene la tensione di fondo: se l’accesso ai servizi cambia, cambiano anche le aspettative degli utenti, i tempi delle risposte, la necessità di intercettare bisogni prima che diventino emergenze.
Andrea Ciarini, sociologo del lavoro, ha inserito l’AI dentro un quadro più ampio di transizioni — ecologica, demografica, digitale e geopolitica — ricordando che questi processi hanno costi e impatti, soprattutto sul lavoro, dove la velocità dell’innovazione spesso supera la capacità di istituzioni e imprese di riorganizzare competenze, formazione, riallocazioni. La parola chiave, per lui, resta “prossimità”: le piattaforme possono avere tecnologia, ma non presidiano i territori, non possiedono quella relazionalità fatta di ascolto, contesto, fiducia, che spesso decide se una tutela diventa effettiva.
Etica, potere e “sostituzione cognitiva”: la domanda che resta aperta
Padre Paolo Benanti ha portato la discussione sul punto più delicato: ogni tecnologia, quando entra nel sociale, produce ordine e potere; gli algoritmi, per come vengono progettati e addestrati, possono redistribuire privilegi e diseguaglianze, rendere opache scelte che incidono su diritti e opportunità. Parlare di etica della tecnologia, qui, significa stabilire criteri e responsabilità, evitare che l’automazione diventi una scorciatoia che allarga i divari.
Valter Marani, direttore di Epasa-Itaco, ha proposto una risposta operativa: sviluppare strumenti di intelligenza artificiale “propri”, pensati per potenziare gli operatori e, allo stesso tempo, misurarsi con la sfida valoriale, perché l’innovazione non sia ridotta a un aumento di efficienza slegato dalle conseguenze sociali. Mauro Nori, capo di gabinetto al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha chiuso con un’immagine netta: se le rivoluzioni agricole e industriali hanno moltiplicato la forza fisica, oggi si intravede una sostituzione cognitiva; il deterrente, più che la nostalgia, è la vigilanza, la curiosità, la capacità di usare intelligenza critica senza delegare tutto a sistemi comodi.
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