Mercosur: per l’export veneto pesa poco, ma conta (molto) nella meccanica
26/01/2026
Lo 0,9% può sembrare una nota a margine, finché non si guarda dentro quel numero. È la quota di export manifatturiero veneto diretta ai Paesi del Mercosur e, nel complesso, racconta un mercato ancora piccolo, persino in lieve arretramento (-1,8% negli ultimi 12 mesi). Eppure, per alcune filiere industriali venete, soprattutto quelle della metalmeccanica e della meccanica strumentale, il Mercosur continua a essere un terreno dove si gioca una partita di posizionamento: meno volumi, più valore strategico.
Confartigianato Imprese Veneto fotografa un’area commerciale in cui le esportazioni sono concentrate nei comparti ad alto contenuto industriale: macchinari e apparecchiature valgono 311,1 milioni di euro e pesano per il 42,6% del totale verso Mercosur; seguono chimica (68,8 milioni; 9,4%) e apparecchiature elettriche (38 milioni; 5,2%).
I numeri che cambiano prospettiva: macchinari, metalli e Brasile
Dentro un quadro generale che rallenta, alcune voci si muovono in direzione opposta. Nell’ultimo anno, l’export veneto di macchinari e apparecchiature verso Mercosur cresce del +4,2%; i prodotti in metallo segnano un balzo del +47,9%; cresce anche l’alimentare (+11,9%). Se il Mercosur fosse davvero marginale in senso pieno, questi scatti non si vedrebbero.
Poi c’è il dato-paese: il Brasile assorbe circa il 69% delle esportazioni venete dirette nell’area, diventando il perno attorno a cui ruota l’interesse industriale regionale. Quando un mercato si concentra così, ogni variazione di barriere tariffarie, tempi doganali, regole tecniche e procedure di accesso pesa più del “peso percentuale” sul totale export.
L’accordo UE–Mercosur e l’effetto filiera: perché interessa anche l’artigianato
La richiesta “la situazione va sbloccata” non nasce da una suggestione geopolitica, ma da una logica di filiera. Per Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto, l’accordo di libero scambio UE–Mercosur è una scelta strategica per i settori più penalizzati dai dazi, soprattutto in un contesto internazionale segnato da nuove spinte protezionistiche e dalla necessità di diversificare i mercati.
Il punto, sottolinea Nerio Dalla Vecchia (Federazione Metalmeccanica), è che molte imprese artigiane non esportano in prima persona, ma sono parte integrante delle catene produttive: se aumenta la domanda di macchine, componenti, lavorazioni e impianti, l’effetto si propaga a monte, tra subfornitura specializzata, piccole serie, personalizzazioni e manutenzioni.
Sul tavolo europeo, però, il percorso resta complesso: in questi giorni il Parlamento europeo ha votato un rinvio legato a verifiche legali, mentre la Commissione segnala di voler tenere aperta la strada a una possibile applicazione provvisoria una volta completati alcuni passaggi di ratifica nel blocco sudamericano. È uno snodo che interessa direttamente i comparti industriali, perché dazi e procedure non sono dettagli: sono margini, tempi, competitività.
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