Oro ai massimi storici, oreficeria italiana sotto pressione
02/02/2026
L’oro continua a correre, aggiornando record su record e confermandosi bene rifugio in un contesto internazionale segnato da conflitti, tensioni geopolitiche e da una domanda sostenuta delle banche centrali. Nel 2025 i massimi storici si sono susseguiti con una frequenza inedita, trascinando al rialzo anche argento e platino. Per i mercati finanziari è una fase favorevole, per l’oreficeria italiana, invece, il quadro è decisamente più complesso e carico di criticità strutturali.
Il comparto, che nel 2024 aveva raggiunto un valore complessivo di 12,7 miliardi di euro, mostra segnali di affaticamento evidenti. Nei primi nove mesi del 2025 il fatturato ha registrato una contrazione del 4,1%, la produzione è scesa dell’11,8% e l’export, in termini di quantità, ha subito un calo drastico pari al 29,4%. Numeri che raccontano un settore stretto tra costi in crescita, margini sempre più compressi e una domanda internazionale più incerta.
Prezzi elevati e margini compressi nei distretti produttivi
L’aumento del prezzo dell’oro incide direttamente sulla struttura finanziaria delle imprese orafe. Le materie prime assorbono più capitale, immobilizzando risorse e rendendo più rischiosa la programmazione produttiva. Nei distretti storici, la volatilità delle quotazioni si traduce in ordini più cauti e in una crescente difficoltà a pianificare su orizzonti medio-lunghi. Non sorprende, quindi, l’aumento del ricorso agli ammortizzatori sociali, segnale di una pressione che rischia di protrarsi anche nel 2026.
A pesare non è soltanto il livello dei prezzi, ma la loro instabilità. Come ha spiegato Mauro Benvenuto, presidente nazionale CNA delegato all’internazionalizzazione degli orafi, in un’intervista a La Stampa, la produzione in alcuni contesti è scesa fino al 40% proprio a causa dell’incertezza, che frena decisioni e investimenti.
Nuovi materiali e strategie di adattamento
Di fronte a questo scenario, molte imprese stanno ripensando l’offerta. Una delle leve principali è la riduzione del peso dei gioielli, accompagnata da un maggiore investimento su design e lavorazioni. Parallelamente, cambia il mercato dei materiali. L’argento viene utilizzato sempre più spesso come alternativa all’oro, anche se anch’esso ha registrato rincari significativi. In alcuni casi, si sperimentano soluzioni ancora più radicali, come l’impiego del bronzo o di leghe non preziose.
La logica è chiara: mantenere l’estetica e il valore simbolico del gioiello, riducendo però l’esposizione alle oscillazioni delle materie prime. Il valore percepito dell’oggetto resta, mentre cambia il suo valore intrinseco. Una strategia che potrebbe aprire spazi su mercati più stabili e meno sensibili alla speculazione, soprattutto in fasce di clientela attente al design più che al contenuto di metallo prezioso.
Un equilibrio fragile tra mercati e lavoro
Il quadro che emerge è quello di un settore in equilibrio instabile. Da un lato, la spinta dei metalli preziosi sui mercati globali; dall’altro, una filiera produttiva che fatica ad assorbire shock così rapidi e intensi. Tra domanda più debole, prezzi elevati e volatilità, il rischio di un ricorso esteso alla cassa integrazione resta concreto anche per il prossimo anno.
Per l’oreficeria italiana, storicamente fondata su competenze artigianali, export e valore aggiunto, la sfida non è soltanto resistere a una fase congiunturale difficile, ma trovare un nuovo punto di equilibrio tra creatività, sostenibilità economica e trasformazioni del mercato globale.
Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to