Calzature, il Veneto resta ai vertici dell’export ma il settore chiede misure urgenti
21/04/2026
Il Veneto conferma il proprio peso nel sistema calzaturiero nazionale, mantenendo una posizione di primo piano nelle esportazioni italiane, ma il quadro che emerge dai dati più recenti racconta anche un comparto sottoposto a forti tensioni. Secondo l’analisi diffusa da Confartigianato Imprese Veneto, la regione supera i 2,5 miliardi di euro di export nel settore delle calzature e piazza cinque province nella top 10 nazionale, confermandosi una delle aree più forti del made in Italy manifatturiero. Accanto a questa solidità, però, si fa largo una fase di rallentamento che coinvolge produzione, occupazione e tenuta della filiera.
Il dato più immediato riguarda la geografia dell’export. Treviso si colloca al terzo posto in Italia con 988 milioni di euro, seguita da Venezia con 660 milioni. Nella top ten compaiono anche Verona, Vicenza e Padova, mentre il Veneto nel complesso consolida una presenza molto ampia anche nelle prime venti posizioni nazionali. I principali mercati di destinazione restano Francia, Germania, Spagna, Stati Uniti e Polonia, a conferma di una proiezione internazionale ancora forte, sostenuta da un patrimonio produttivo che continua a distinguersi per specializzazione e capacità di presidiare fasce rilevanti del commercio estero.
Un primato che regge, ma con segnali di forte affaticamento
Dietro questo primato, però, i numeri mostrano una realtà meno lineare. Nel 2025 le esportazioni calzaturiere venete hanno registrato un calo del 7,4%, con una flessione del 6% nei mercati dell’Unione europea e dell’11,7% in quelli extra Ue. Anche il quadro nazionale segnala difficoltà evidenti: la produzione italiana del settore arretra del 6,9% su base annua e crolla del 39,1% rispetto al 2019. È un passaggio che restituisce con chiarezza la profondità della fase che il comparto sta attraversando, in un contesto segnato da domanda debole, costi elevati, incertezze internazionali e trasformazioni rapide nei comportamenti di consumo.
Confartigianato evidenzia inoltre le ripercussioni delle tensioni geopolitiche, che incidono su mercati strategici come il Medio Oriente, area che per il Veneto vale 44 milioni di euro e che nel 2025 ha segnato un calo dell’11,4%. A questo si aggiungono le nuove barriere commerciali, come i dazi statunitensi, che nella seconda parte dell’anno hanno frenato le vendite verso gli Usa: dopo una crescita del 6% nei primi sette mesi, l’export verso il mercato americano ha chiuso la seconda parte del 2025 con un arretramento dell’1,9%. Anche sul fronte interno il quadro resta fragile: la spesa delle famiglie per le calzature si mantiene contenuta e, nonostante un lieve recupero nei consumi di vestiario e scarpe, le vendite al dettaglio continuano a mostrare segni negativi.
Occupazione, filiera e artigianato: il cuore produttivo da proteggere
Uno degli elementi che più colpiscono riguarda il peso occupazionale del comparto. In Veneto la calzatura rappresenta lo 0,77% dell’occupazione totale, contro una media nazionale dello 0,39%, con Treviso che arriva all’1,51%. È un dato che misura il radicamento reale di questa industria nel tessuto economico regionale e spiega perché il rallentamento del settore venga letto con particolare preoccupazione. Le difficoltà, infatti, non colpiscono solo i grandi numeri dell’export, ma si concentrano soprattutto nelle fasi a monte della filiera, come taglio, preparazione e assemblaggio, cioè proprio in quei segmenti che custodiscono una parte decisiva del saper fare manifatturiero.
Il ruolo dell’artigianato resta centrale. In Italia il comparto conta 7.769 imprese, quasi 70 mila addetti e un fatturato complessivo di 12,7 miliardi di euro. Le imprese artigiane rappresentano il 45,5% del totale e occupano quasi un lavoratore su quattro. In Veneto, nel solo settore della calzatura, le realtà artigiane sono 572, mentre nel comparto moda più ampio se ne contano 4.340. Numeri che spiegano perché la crisi del settore non venga interpretata soltanto come una contrazione economica, ma come un rischio concreto di impoverimento industriale e professionale.
Le richieste: una Cassa Moda e nuovi modelli di business
È in questo scenario che Confartigianato Imprese Veneto chiede misure immediate. La presidente del Sistema Moda regionale, Katia Pizzocaro, individua negli ammortizzatori sociali uno dei punti più urgenti e sollecita l’introduzione di una vera e propria Cassa Moda, ritenuta necessaria per evitare chiusure di aziende e dispersione di competenze. Il ragionamento, tuttavia, non si ferma all’emergenza. Per Pizzocaro il nodo riguarda anche il modello con cui il prodotto arriva al mercato, oggi messo sotto pressione da una globalizzazione che ha ampliato l’offerta e modificato radicalmente i comportamenti d’acquisto, soprattutto nel settore moda.
Proprio su questo terreno, Confartigianato Veneto sta lavorando con l’Università a un progetto sperimentale per accompagnare le imprese verso nuovi modelli di business. Accanto a questo, l’associazione chiede strumenti di accesso al credito per le aziende della filiera e incentivi al local content, con l’obiettivo di valorizzare chi utilizza materie prime italiane. Un altro fronte indicato come decisivo è quello del contrasto all’ultra fast fashion: non attraverso misure facilmente aggirabili, ma imponendo agli importatori gli stessi standard ambientali e di salubrità richiesti alle produzioni italiane.
Il messaggio che arriva dal comparto è netto: il Veneto resta uno dei pilastri della filiera calzaturiera italiana, ma la tenuta dell’export non basta più, da sola, a garantire stabilità. Senza interventi rapidi sul lavoro, sul credito, sulla difesa della filiera e sulla capacità di ripensare il rapporto tra produzione e mercato, il rischio è quello di un ridimensionamento strutturale di un settore che continua a rappresentare una parte importante dell’identità economica regionale.