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Agroalimentare, CNA: piccoli produttori sotto pressione dalla GDO

06/06/2026

Agroalimentare, CNA: piccoli produttori sotto pressione dalla GDO

La concentrazione dei canali distributivi e la progressiva scomparsa del commercio alimentare di prossimità stanno riducendo gli spazi di mercato per migliaia di imprese artigiane e piccole aziende dell’agroalimentare. È quanto emerge dall’indagine realizzata da CNA nell’ambito della consultazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato sul funzionamento della filiera alimentare.

Minimercati più che dimezzati tra 2012 e 2023

Il dato più evidente riguarda la trasformazione della rete distributiva. Tra il 2012 e il 2023 i minimercati sono passati da 40.226 a 19.555 attività, con una riduzione del 51,4%. Nello stesso periodo, ipermercati e supermercati hanno continuato a crescere, rafforzando il peso della Grande Distribuzione Organizzata nella vendita dei prodotti alimentari.

Per molte imprese artigiane, il commercio di vicinato rappresentava uno dei principali canali di sbocco. I negozi alimentari tradizionali, infatti, erano spesso in grado di valorizzare produzioni locali, specialità territoriali e prodotti di qualità realizzati da piccole aziende, costruendo un rapporto diretto con clienti e fornitori.

La riduzione di questi punti vendita modifica gli equilibri della filiera e rende più difficile l’accesso al mercato per chi non dispone di volumi produttivi elevati, strutture logistiche complesse o capacità finanziarie adeguate a sostenere le condizioni richieste dai grandi operatori distributivi.

Rapporti squilibrati tra produttori e Grande Distribuzione

Dall’indagine CNA emerge uno squilibrio significativo nei rapporti tra imprese produttrici e Grande Distribuzione Organizzata. L’ingresso nei canali della GDO è spesso subordinato a requisiti logistici, dimensionali e certificativi che possono risultare difficili da sostenere per micro e piccole imprese.

A questi vincoli si aggiungono richieste di sconti promozionali, contributi commerciali e condizioni contrattuali che riducono ulteriormente i margini dei produttori. Il problema non riguarda soltanto l’accesso agli scaffali, ma anche la capacità delle aziende di mantenere una remunerazione adeguata rispetto ai costi sostenuti.

Secondo i dati raccolti, il 65,5% degli imprenditori intervistati considera non sostenibili nel medio periodo i margini derivanti dai rapporti con la GDO. Il 43,2%, inoltre, segnala difficoltà nel mantenere livelli di remunerazione adeguati, soprattutto in presenza di costi produttivi crescenti.

Costi in aumento e margini sempre più compressi

Le imprese indicano tra le criticità principali anche la gestione dei costi promozionali e il trasferimento lungo la filiera degli aumenti legati a energia, materie prime e trasporti. In molti casi, questi rincari non vengono riconosciuti tempestivamente nei prezzi di acquisto, lasciando sulle aziende produttrici una parte consistente del peso economico.

Per le piccole realtà agroalimentari, la compressione dei margini può tradursi in minore capacità di investimento, difficoltà nel mantenere standard qualitativi elevati e riduzione della competitività. Il rischio, segnalato da CNA, è che il sistema finisca per penalizzare proprio quelle produzioni che contribuiscono alla varietà dell’offerta e alla riconoscibilità del Made in Italy.

La questione riguarda anche la pluralità del mercato. Quando i canali di vendita si concentrano e le condizioni di accesso diventano più onerose, le imprese più piccole possono trovarsi escluse o costrette ad accettare rapporti commerciali poco sostenibili.

CNA chiede relazioni più equilibrate nella filiera

Per CNA, l’attuale assetto distributivo rischia di indebolire la competitività delle piccole imprese alimentari, ridurre la presenza delle produzioni locali e compromettere la valorizzazione delle eccellenze territoriali. La scomparsa dei negozi di prossimità, unita al peso crescente della GDO, rende necessario un ripensamento dei rapporti lungo la filiera.

L’associazione chiede relazioni commerciali più equilibrate e trasparenti, capaci di garantire una distribuzione più corretta del valore tra produzione, intermediazione e vendita finale. L’obiettivo è evitare che il potere contrattuale si concentri in pochi soggetti e che i costi dell’intero sistema ricadano soprattutto sulle imprese di minori dimensioni.

Il tema, inserito nella consultazione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, assume quindi un rilievo che va oltre la singola categoria produttiva. In gioco ci sono la tenuta delle filiere locali, la qualità dell’offerta alimentare, la presenza del commercio di prossimità e la capacità del sistema agroalimentare italiano di restare competitivo senza sacrificare le sue componenti più radicate nei territori.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to